L'UNIFICAZIONE ITALIANA-MEZZOGIORNO,RIVOLUZIONE,GUERRA CIVILE-Salvatore Lupo-(T.Klitsche de la Grange)-Vol.-50-   Stampa questo documento dal titolo: . Stampa

Salvatore Lupo

L’unificazione italiana – Mezzogiorno, rivoluzione, guerra civile

Donzelli Editore, www.donzelli.it, Roma 2011, pp. 184, € 16,50.

 

I libri che trattano del nostro Risorgimento hanno – quasi tutti – due difetti contrapposti: di farne un’agiografia (la massima parte) o di converso una demonologia  (la parte di gran lunga inferiore, ma crescente). Questa agile opera di Salvatore Lupo non soffre né l’uno né l’altro limite: è equilibrata e ciò si vede in primo luogo dalla terminologia impiegata: guerra civile e rivoluzione. Perché  il termine “Risorgimento” e soprattutto la costruzione propagandistica legittimante lo Stato unitario nato da quello ha avuto la funzione di rimuovere che sia venuto alla luce attraverso una guerra civile ed evitando (e servendosi) di una (tentata) rivoluzione. Il che, attenendosi ai fatti, significa che gran parte degli italiani del Risorgimento vedeva soluzioni diverse dell’unità italiana: la repubblica democratica per i mazzimani (e non solo), ovvero una forma federale (Cattaneo) o anche una confederazione, che non sopprimesse i vecchi Stati  pre-unitari. Tutte aventi il tratto comune di essere irriducibili e radicalmente diverse da quella realizzatasi: la monarchia liberale ed unitaria formatasi per annessione dei vecchi Stati, e adesione popolare per plebisciti. Per cui i termini rivoluzione e guerra civile risultano rispettosi della realtà: l’unità fu realizzata attraverso una guerra civile (il brigantaggio) e  reprimendo le forze rivoluzionarie dopo essersene serviti. La parola Risorgimento, scrive Lupo, “occulta le contraddizioni dei patrioti, l’alternarsi di solidarietà e faziosità, amore per la libertà e autoritarismi, che deriva dal carattere passionale ed estremo delle convinzioni che li sostenevano, nonché dalla violenza dello scontro in cui essi stessi e i loro avversari erano impegnati. Ha un che di edificante, vuole che noi assumiamo i protagonisti di quei remoti eventi a maestri di morale. Noi invece, a così grande distanza di tempo, siamo quasi spinti per reazione a far loro la morale, secondo i mediocri standard della correttezza politica oggi in voga. Rischiamo in questo modo di comprendere ancor meno della loro storia”. Chi si scandalizza per le repressioni del “grande brigantaggio” sta riproponendo, nota l’autore, “con un secolo e mezzo di ritardo, lo scandalo della cultura patriottica ottocentesca, che guardava alla guerra civile come a un peccato imperdonabile quanto il fratricidio”. Ma nella realtà far nascere un nuovo Stato nazionale da una guerra civile costituisce un vulnus originario alla legittimità del “principato novo” che è opportuno occultare. La negazione dei fatti prosegue anche col tentativo – in parte, s’intende, fondato – di attribuire al brigantaggio post-unitario una ragione più sociale che politica. Evidenzia Lupo che tale “dicotomia, spiegabile nei protagonisti e nella ‘scienza sociale’ del loro tempo, nondimeno non ha senso dal punto di vista storiografico: ogni fenomeno politico ha un retroterra sociale”; peraltro, ad analizzare il “grande brigantaggio, come quello di altri conflitti in una società come quella di cui ragioniamo, dovrebbe ricostruire una geometria di clan familiari e partiti locali variabile da luogo a,luogo, raramente congrua allo schema della contrapposizione frontale classista”. La realtà sociale era così frammentata e articolata che non si prestava a una lettura “semplificante” del genere. Si presta invece alla depolitizzazione del brigantaggio, usuale nella propaganda liberal-unitaria, anche perché funzionale alla sua criminalizzazione. Il libro si conclude con il ricordo di (alcuni) giudizi dati nel quarantennio successivo da grandi intellettuali meridionali come Fortunato, Salvemini e Nitti sullo squilibrio Nord-Sud conseguente all’unificazione; il quale, tuttavia, è attribuito da quelli prevalentemente alle errate politiche economiche praticate dopo l’unificazione e in particolare alla scelta protezionista del 1887-1888. Denso e equilibrato, questo lavoro è consigliato a chi – probabilmente non la maggioranza – desideri un’informazione storica fondata su fatti e non su idola, anche se politicamente ben intenzionati ed opportuni, ma lontani dalla realtà. Nel lungo periodo, (come quello trascorso) è sempre preferibile, e aiuta a comprendere il presente, la storia letta, come nel caso di questo libro, senza paraocchi. Teodoro Klitsche de la Grange



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