EDITORIALE-T.KLITSCHE DE LA GRANGE-Vol.-50-   Stampa questo documento dal titolo: . Stampa

EDITORIALE

Al contrario del semestre che lo precede quest’ultimo è gravido di novità, le quali pongono interrogativi, anche senza poter conoscere bene la situazione. In particolare per quanto riguarda la crisi finanziaria, le ipotesi che si possono fare sono tante, spesso condivisibili, tranne il paio che ci sono state proposte con tanta insistenza dai mass-media. In questa notte dell’informazione in cui tutte le vacche sono nere, proviamo a ricavarne qualche conclusione.

Due le principali: entrambe dovute al (probabile) attacco all’euro zona, e al ventre molle mediterraneo della stessa.

La prima questione che si pone: come qualificare qualcuno (molti probabilmente) che, attraverso manovre finanziarie, ottiene il risultato di far alzare le imposte, ridurre stipendi (in Grecia) e pensioni (probabilmente in Italia) e far dimettere governi designati dal corpo elettorale? Concorrente, competitore, eretico? O forse il termine che più gli si addice è quello di nemico? Siamo stati abituati a considerare, dato il carattere estremamente distruttivo e sanguinario (fino al bombardamento atomico) delle guerre del XX secolo (e delle ideologie che spesso le hanno generate) il nemico come assoluto, ovvero come un’alternativa esistenziale (mors tua vita mea); così si è perso di vista che il concetto di nemico non è riducibile – e per secoli non è stato limitato – a quello suddetto, ma ha incluso il nemico relativo, e pur sempre reale, con cui si faceva la guerra (senza esagerare) ma anche la pace. Anche questa senza esagerare, ovvero senza illudersi che costituisse “la fine della storia”. Ossia che, anche se limitata, l’inimicizia è insita nei rapporti politici e continua ad esistere; a finire era solo una contrapposizione (borghesia/proletariato) subito sostituita da altre. Le speranze (presto rivelatesi illusioni) nella fine del nemico (oltre che della storia) davano nuovo fiato a un pacifismo, che piuttosto d’essere strumento a difesa della pace, si manifestava come quello per negare e deprecare la guerra; a cominciare dal vocabolario, per cui le spedizioni militari in altri Stati cambiavano subito denominazione (“operazioni di polizia internazionale” e simili). .

Sul finire del secolo scorso era pubblicato uno studio di due colonnelli cinesi, divenuto famoso, nel quale si sosteneva che la nuova situazione creatasi dopo il 1989-1991 facesse sì che “da questo momento in poi la guerra non sarà più ciò che è stata tradizionalmente. Il che significa che, se in futuro l’umanità non avrà altra scelta che entrare in conflitto, non potrà più condurlo nei modi consueti... Quando la gente comincia ad entusiasmarsi e a gioire propendendo per la riduzione di forze militari come mezzo per la risoluzione dei conflitti, la guerra è destinata a rinascere in altre forme e su di un altro scenario... In tal senso esistono fondate ragioni per sostenere che l’attacco finanziario di George Soros all’Asia Orientale, l’attacco terroristico di Osama Bin Laden all’ambasciata militare in Sudan... rappresentano una ‘semi-guerra’, una ‘quasi –guerra’ e una ‘sotto-guerra’, vale a dire la forma embrionale di un altro genere di guerra”. Il tutto significava assimilare alla guerra delle situazioni in cui l’ostilità non è riconducibile al concetto classico della guerra (atto di forza).

In effetti i colonnelli avevano acutamente posto il problema, prevedendo come l’inimicizia poteva ricorrere a forme inconsuete (ma non del tutto) una volta ritenuto inutile, inopportuno o antieconomico il ricorso alle armi. Così era innovata la (prima) definizione di Clausewitz (condivisa da Giovanni Gentile) per cui la guerra è un atto di forza (comunque un mezzo) per costringere un’altra (potenza) a fare la nostra (di potenza) volontà: se a raggiungere questo fine tuttavia non è necessario far marciare gli eserciti, ma bastano le scalate in borsa o gli attentati terroristici, ciò non toglie né che questi comunque modifichino i rapporti di forza né che costringano l’aggredito ad adeguarsi alla volontà (e al modo di combattere) dell’aggressore.

É questo il problema che si pone: come ci si può difendere da un nemico che vuole ottenere lo scopo consueto (di costringerti a fare la sua volontà) senza usare il mezzo (l’uso della forza) consueto? Non negando evidentemente nemico ed inimicizia o ritenendo legale quanto questi compie (cosa che si fa o, più spesso, si presuppone a quanto si fa), ma approntando dei mezzi per opporre alla sua volontà prevaricatoria ostacoli adeguati. In altre parole ad altra forma di ostilità (offensiva) bisogna contrapporre diverse misure di difesa. É questo un terreno in gran parte da esplorare:se è chiaro che per contrastare il terrorismo planetario di Al-Quaeda il cospicuo arsenale d’armi convenzionali ereditato dalla “guerra fredda” era inutile, ed invece assai più idonee (economiche ed efficaci) tecniche e misure di spionaggio e polizia, è meno chiaro come ci si possa difendere da altre forme di attacco, in particolare finanziario.

A tale prima questione se ne aggiunge una seconda. Probabilmente il nuovo governo “tecnico”, accolto con un evidente e proclamato entusiasmo dal centrosinistra, ridimensionerà, più decisamente di quanto abbiano fatto i governi “politici”, lo Stato assistenziale. E contemporaneamente aumenterà le imposte. Indipendentemente dal giudizio che può darsi di tali provvedimenti, è chiaro che un governo tecnico, che (si dice) abbia potenti sponsor anche tra quelli stranieri e ancor più tra i “poteri forti” interni, può tener in non cale la volontà del corpo elettorale, perché – come gli sponsor interni ed esteri – non dipende dal giudizio di quello.

E pertanto è libero di dispiacere molto di più sia all’elettorato di centrosinistra che a quello di centrodestra: l’importante per un governo “tecnico” è distribuire equamente il malcontento: un po’ agli uni e un po’ agli altri. Il risultato sarà che il ridimensionamento dello Stato assistenziale, creatura del XX secolo, e delineato programmaticamente (e non solo) dalla costituzione formale (cioè quella votata dalla Costituente nel dicembre 1947), sarà fatto da un governo voluto soprattutto da chi in Parlamento non ci può stare e non ci sta. La conclusione è duplice: da una parte che avere o meglio essere una Costituzione, come sosteneva gran parte del pensiero politico e giuridico, essere cioè uno Stato significa essere uniti “per la comune difesa di tutto ciò che è sua proprietà... onde una moltitudine sia uno Stato e un potere comune” (Hegel); ovvero come scriveva Bonald: “la costituzione di un popolo è il modo della sua esistenza... (la Francia) era costituita e così ben costituita, che non ha mai chiesto a nessuna nazione vicina la protezione della sua costituzione”.

Ossia l’essere uniti e indipendenti è la condizione necessaria (e indispensabile) per decidere il proprio “modo di esistenza” – anche economico – sociale. Senza quella non c’è neanche la possibilità di scegliere per questo.

Dall’altra pone un interrogativo: che senso abbia decidere per uno Stato assistenziale, quando tale scelta (come altre) può essere rivista da poteri non legittimati secondo la forma di Stato prescelta? É chiaro che ciò è in stridente contrasto con quanto insegnava un mio insegnante d’università: che carattere degli Stati è la “suità”; la quale significa, per spiegarla meglio con la definizione di S. Tommaso, che liber est qui causa sui est. Chi non è causa sui o se causa sui è un altro, non è libero. E lo è ancora di meno se la “causa” non sui, auspica, promuove, ispira o co-decide cambiamenti dell’ordinamento.

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Come di consueto, una breve esposizione degli articoli di questo numero.

Andrea Salvatore ci intrattiene sul “principio del doppio effetto”, da ultimo riproposto dal conflitto libico, e denominato cinematograficamente come dei “danni collaterali”. Il tutto nel quadro della teoria della guerra giusta ed in particolare di una delle condizioni di essa: lo jus in bello e l’esigenza di evitare danni ai civili (gli innocentes degli scolastici); e che considera anche la distinzione weberiana tra etica dell’intenzione ed etica della responsabilità. A proposito della quale non si sa con quanto profitto, nel XX secolo è stata preferita (tendenzialmente) la prima alla seconda (e non solo sul piano dei rapporti internazionali).

Dalmacio Negro Pavòn fa un’acuta disamina del rapporto tra modernità (e alcune concezioni della modernità) e filosofie della storia: per concludere che queste spesso finiscono per non tener conto di (gran) parte della realtà storica (e delle forze determinanti di questa), e in genere sottovalutano la libertà (e volontà) umana.

L’articolo di Biagio Di Iasio prende in esame la meditazione di Ernst Bloch sulla ricerca dell’umano, solo presentito nei fatti della storia e nelle manifestazioni dell’inumano.

Fabio Salvaggio s’intrattiene su un tema, non infrequentemente trattato nel Behemoth: il rapporto tra complessità del reale, determinismo e progettualità (e libertà) umana.

Riflessioni e segnalazioni concludono, come sempre, il numero.



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