IL MALPENSANTE-ARTURO CARLO JEMOLO(Biagio di Iasio)-Vol.52-SUPPLEMENTO   Stampa questo documento dal titolo: . Stampa

Arturo Carlo Jemolo


Il malpensante


Nigro Aragno Editore, Torino 2011, pp. 242, € 12,00.

 

 

La motivazione del premio “ Giuseppe e Aristide Martinetti” conferito a Carlo Arturo Jemolo il 12 settembre 1978 presso il Circolo della Stampa, esprime compiutamente il senso di una vita e di un agire all’insegna di un’etica superiore, fuori dal comune pensare. Il premio, infatti era assegnato «a chi avesse contribuito all’eliminazione del malcostume e dell’opportunismo o alla difesa dei diritti dei cittadini, anche andando controcorrente e affrontando con coraggio l’impopolarità» (230). Norberto Bobbio, nel discorso di omaggio, volendo sottolineare la personalità di Jemolo, ha cura di indicarlo non come un maestro nel senso tradizionale, ma come un maestro con la m minuscola che ha saputo comunicare a intere generazioni «l’abbeccedario, le nozioni minime che tutti dovrebbero sapere» (p. 230),

E Bruno Quaranta, curatore del volume Il malpensante che raccoglie gli articoli editi sulla “Stampa” dal 1957 al 1981, evidenzia, nella presentazione, alcune doti che rendono Jemolo un campione della coscienza civile di un Paese, quali il culto del dovere, il senso della disciplina e della obbedienza ai superiori, la solidarietà nel lavoro organizzato, la coscienza di essere parte di un tutto, la necessità di un agire ispirato al buon gusto, al decoro, al rispetto dell’altro. Valori che Jemolo considera essere patrimonio morale di quella piccola borghesia, a cui sente con orgoglio di appartenere. Infatti, in un articolo del 24 agosto del 1980, Elogio del piccolo borghese, si qualifica “ piccolo borghese” :«perché -puntualizza lo scrittore- tale profondamente mi sento e mi sono sempre sentito per tutta la vita, e se avessi ancora la forza di scrivere un lungo libro, l’intitolerei “Apologia dei piccoli borghesi”. Che furono poi, quando si va a vedere, i propugnatori di tutte le riforme durature, di tutte le liberazioni dell’uomo da superstizioni o da spirito di casta, di tutti i progressi che durarono per un ciclo di civiltà (perché non esistono conquiste definitive) » (p. 11). Erano, queste, riflessioni non occasionali, ma maturate nel corso della sua lunga vita (1891-1981) passata attraverso due conflitti mondiali, l’esperienza del fascismo che, da autentico liberale, rifiuta firmando il manifesto degli intellettuali antifascisti di Croce (1925), e infine l’esperienza della Resistenza che chiama “Roveto ardente”, vista come scelta intelligente e di coraggio del popolo italiano in un tempo drammatico della sua storia. La Resistenza, di cui parla Jemolo, non è solo quella combattuta con le armi iniziata nel ’43, ma quella che ebbe inizio fin dall’instaurazione del fascismo con il rifiuto di quei pochi intellettuali accademici che non vollero giurare fedeltà al fascismo; con la scelta dell’esilio di numerosi uomini coraggiosi; con il rifiuto della tessera fascista di tanti onesti operai che preferirono la libertà alla sudditanza, pronti a subirne le conseguenze; e di quei tanti italiani che non credettero nell’ “Impero”, nell’autarchia, nella volontà di potenza, e nel rinnovamento politico economico, sociale e culturale promesso dall’ideologia fascista. Resistenza significò, infine, il rifiuto largamente condiviso dal popolo italiano delle leggi razziali, l’aiuto fornito agli ebrei nascondendoli, fornendo loro cibo, documenti e occasioni di espatrio per sottrarli alla ferocia nazista. E nella Resistenza, Jemolo vede concretizzarsi alcuni valori della morale risorgimentale, quelli di Manzoni, di Mazzini, che rigettarono l’apoteosi della violenza, il “sogno” di conquista e di dominio di altri popoli. Affiora, così, nelle pagine del libro il senso della pietà cristiana per i sofferenti, per i caduti nella lotta armata senza distinzione di parte, mostrando rispetto, non condivisione, per chi in buona fede si trovava dall’altra parte.

Rispetto inteso come valore morale che lo porta ad immaginare, con l’avvento della Repubblica, una lotta politica all’insegna della correttezza, della difesa dei valori condivisi nella lunga lotta contro il nazifascismo. Tracce di questa speranza si ritrovano nella chiusura di un articolo del 23 febbraio del 1958, La giusta via. Dice Jemolo: «Gli anni sono passati; le aspirazioni che gli uni e gli altri hanno oggi sono inconciliabili. Vorrei solo si guardassero come i commilitoni che sono pur stati; e promettessero di combattersi da soldati: dichiarandosi i propri obiettivi, dando il bando alle reciproche calunnie, non risparmiandosi anche colpi duri, ma rispettandosi e ignorando l’odio» (p. 127). Gli articoli che compongono la raccolta forniscono un quadro esauriente della personalità di Jemolo nutrita di valori etici e morali che risentono certamente anche del clima risorgimentale che si respirava ancora nel ventennio di chiusura dell’Ottocento quando avvenne la sua formazione. Il senso della libertà dei popoli, l’autonomia della coscienza e la libertà del pensiero non erano nell’autore valori negoziabili. L’uomo libero non doveva rinunciare a pensare, a mettere in crisi alcuni principi del diritto positivo in contrasto con la coscienza e con l’istanza morale. Il progresso nelle leggi e nelle istituzioni è sempre avvenuto ad opera del pensiero critico e spesso della disubbidienza. Esiste, e qui rievoca la problematica socratica, nell’agire quotidiano un conflitto non mai sopito tra legge dello Stato e coscienza dell’uomo,« tra rispetto agli dèi della patria e quello agli dèi universali, al Dio che ha tutti gli uomini per figli e tutti ama egualmente». Riflessioni che Jemolo esprime in un articolo del 4 dicembre del 1963 (Disobbedire allo Stato ?), in occasione della condanna di Ernesto Balducci a otto mesi di reclusione per essersi schierato dalla parte dell’obiettore di coscienza Giuseppe Gozzini. Dice ancora l’autore, chiarendo il suo punto di vista in merito al contrasto tra legge dello stato e il libero pensiero: «non sono due ambiti diversi tra cui si possa tracciare una linea nettissima, il pensiero e la parola non sono senza effetti sull’azione; tuttavia ciascuno di noi sente che non è mortificante obbedire, anche interamente e fedelmente, il superiore, in quel che comanda, ma avvilente sarebbe dover fingere di ammirarlo, dover subire la imposizione dei suoi giudizi e dei suoi pensieri» (p. 92). E con questa chiave di lettura della necessità della norma dello Stato e quella di salvare l’uomo, come impone la coscienza, interpreta (Moro e il sacrificio del silenzio) l’ammirabile comportamento della famiglia Moro che rifiuta con grande dignità l’entrata dello Stato nel suo dolore e nel suo silenzio.

Il rigore morale che traspare dagli scritti del nostro autore induce spesso a cogliere la sua amarezza per le tante promesse mancate ad iniziare dal rinnovamento dello Stato uscito dalla Resistenza all’avvio di un sano liberalismo in direzione della piccola borghesia produttiva e del proletariato in fase di riscatto; dalle riforme istituzionali al federalismo; dalle nazionalizzazioni abortite in strumenti di potere a danno dei cittadini al problema di un’equa riforma delle pensioni e dell’occupazione delle nuove generazioni. Rilevanti i temi civili e religiosi su cui si esercita la riflessione di Jemolo, quali il Concordato, il divorzio, l’aborto, la libertà religiosa, il rapporto tra laici e cattolici, la presenza e la funzione del papato in uno stato liberale, le speranze del Concilio indetto da Giovanni XXIII. Ma tanti altri temi sono presenti nel libro che offrono al lettore la visione di uno scrittore attento ai problemi della vita, vicino alle speranze di riscatto delle classi meno fortunate, pronto a mettere a disposizione degli altri la sua competenza giuridica, il suo ragionamento stringente e pacato, la scrittura elegante e comunicativa, il suo parere di autentico liberale cattolico intriso non di ideologia, ma di libertà come ammoniva Croce.

Biagio di Iasio



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