GUERRA E GUERRIERI. DISCORSO DI VERDUN- F.G. JÜNGER, E. JÜNGER(Fabio Vander)-Vol.52-SUPPLEMENTO   Stampa questo documento dal titolo: . Stampa

F.G. Jünger, E. Jünger,

Guerra e guerrieri. Discorso di Verdun

Milano, Mimesis, 2012, pp. 73, 8 euro.

Le edizioni Mimesis, per la cura e con un saggio di Maurizio Guerri, propongono due noti interventi dei fratelli Jünger sul tema della guerra.

Il saggio del fratello minore Friedrich, Krieg und Krieger, apparve nel 1930 in una celebre antologia prefata da Ernst, che vi contribuì anche con l’importante Die Totale Mobilmachung. Il testo di Friedrich è obiettivamente meno interessante di quello del fratello, si concentra comunque sugli “ultimi quindici anni”, sul periodo cioè dall’inizio della guerra mondiale appunto al 1930; per dire come tutto fosse cambiato per le persone, per la politica, per la guerra. La Grande Guerra aveva in questo senso rappresentato “un cesura di portata mondiale”, in particolare aveva cancellato ogni differenza fra prima linea e retrovie, fra militare e civile, fra belligeranti e non-belligeranti. Se a questo si aggiunge la “terribilità crescente delle armi”, determinata dallo sviluppo tecnologico, ne consegue una“volontà di annientamento” (p. 50), una “irruzione della guerra nella sfera del privato” (p. 59), che sarebbe stata effettivamente alla base dei totalitarismi del ‘900.Friedrich si faceva non solo analista, ma ideologo, di questa condizione: lo “Stato” è ormai senza fondamento e senza legittimazione, non si può affidarlo alla “democrazia” o “alle maggioranze” (p. 64), occorre affidarlo alla forza, a chi la guerra l’ha fatta e vi è sopravvissuto, a chi è capace di “decisione”, che è appunto l’unico fondamento possibile nell’epoca della crisi dei fondamenti.Il Discorso di Verdun, di Ernst, è invece del 24 giugno 1979; i temi erano gli stessi, la crisi determinata dalla prima guerra mondiale, vista però ormai in un prospettiva di lungo periodo. L’occasione era eccezionale, si trattava infatti della commemorazione unitaria, in nome della rinnovata amicizia fra Francia e Germania, della grande, sanguinosa battaglia di Verdun. Jünger tenne il discorso commemorativo per la parte tedesca, per la parte francese Henri Amblard, Presidente degli “Anciens Combattants de France”. Junger aveva 84 anni, era la terza volta che veniva a Verdun. La prima nel 1913 per arruolarsi diciottenne nella Legione Straniera, poi nella primavera del 1915 per la guerra, infine appunto nel 1979. Era un uomo che aveva vissuto e ormai elaborato tutte le tragedie del XX secolo, le due guerre mondiali, il nazismo, gli anni dell’ostracismo nei suoi confronti, dopo il 1945, proprio per i suoi trascorsi filo-nazisti. Inchinandosi “dinanzi ai caduti”, accettava ormai senz’altro di rinunciare ad ogni “manifestazione a carattere puramente nazionalista” e che l’incontro di Verdun valesse come“appello della pace tra nazioni”.Non sono parole di circostanza. Jünger affermava che si trattava di una “svolta storica”, di una “rasserenamento ambientale”, che riguardava senz’altro anche il suo pensiero, la sua concezione della guerra e della vita. E proprio questa è la cosa più interessante.A cominciare dall’ammissione: “noi oggi vediamo la battaglia di Verdun in modo diverso, rispetto a come potevamo vederla nel 1916”. Ma soprattutto la questione di merito: Jünger aveva ormai finalmente accettato l’idea che con la prima guerra mondiale si fosse definitivamente affermato il modello della “guerra di posizione”; il vecchio offensivismo era stato cancellato “dalla durata quasi illimitata /dei combattimenti/, dal loro spegnersi senza alcun successo strategico”. La battaglia era diventata un lungo“calvario”, non più “un semplice luogo in cui furono prese delle decisioni come Austerlitz o Sedan”. Napoleone e von Moltke erano ormai definitivamente superati.La tesi accennata dal fratello, della indistinzione fra belligeranti e non-belligerati è così riformulata: “guardando retrospettivamente i fronti si fondono - gli avversari appaiono accerchiati da pericoli comuni che sono ancora più forti della volontà dei generali e del coraggio del singolo” (p. 70). Si tratta di innovazioni notevoli rispetto al pensiero jüngeriano degli anni ’20, diciamo da Tempeste d’acciaio in poi. Il soldato orgoglioso e nazionalista è ormai lontano; che “i fronti si fondono” significa infatti l’affermarsi come regola della “guerra di posizione” (il contrario dell’Angriffskrieg allora teorizzato), come confermato dal riferimento alle“nazioni che si assediano reciprocamente”. Del resto anche dicendo che il“materiale diventa strapotente” e che dunque contano sempre meno “volontà” e“coraggio” dei combattenti, Jünger rinunciava ad uno dei suoi autout più peculiari; cioè all’azione decisa di un pugno di eroi votati all’attacco, riconoscendo pienamente la priorità strategica ormai acquisita sia della Stellung (posizione, ma anche trincea), sia appunto dei “materiali”.Le parole di Jünger su questo punto decisivo non lasciano spazio ad equivoci: “allora, quando ci stringevamo nei crateri prodotti dalle bombe, credevamo ancora che l’uomo fosse più forte di ciò che è materiale. Questo si è dimostrato un errore” (p. 70).“Errore” non da poco. Errore di una intera fase storica, di intere nazioni, di interi Stati Maggiori (italiano e tedesco della prima guerra mondiale, ad esempio), di intere generazioni di intellettuali del XX secolo.Del resto che qualcosa fosse cambiato nel profondo e che dunque bisognasse anche cambiare idee e visioni del mondo Jünger confessava di averlo definitivamente realizzato almeno dall’estate 1945, dall’atomica di Hiroshima. Quella “torcia titanica” aveva segnato l’inizio di una “nuova era”ovvero “la fine della guerra classica con le sue glorie, da Achille ad Alessandro, da Cesare a Federico il Grande e a Napoleone” (p. 71).E la “guerra classica”, quella di Cesare e Napoleone, era stata anche quella del giovane Jünger, la “guerra di movimento”. Di conseguenza nell’epoca della tecnica (cioè del “materiale”) era venuta meno la “libertà dell’artista”, la sua “forza creatrice”, che era poi l’intraprendenza offensivista del soldato à la Jünger. Ma la conseguenza ultima e radicale di tutto ciò è soprattutto importante. Tanto più perché inusitata trattandosi di Jünger.Lo scrittore tedesco cioè, di fronte alla terra delle centinaia di migliaia di caduti, pronunciava parole che superavano definitivamente (tardivamente, ma pur definitivamente) l’ideologia della guerra che aveva traviato alcune delle menti migliori del ‘900 (e alcune delle peggiori ancora oggi): “adversaire, qualora le circostanze lo richiedano, non ennemi. Agon non polemos” (p. 73).Amico-nemico non sono le “categorie del Politico”. O meglio: lo sono del “Politico”, non della politica.L’ultima parola di Ernst Jünger era di rifondazione della politica, dopo il ‘900.

Fabio Vander



Pubblicazione del: 16-01-2013
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